Non è un clima per donne
Perché il cambiamento climatico colpisce più le donne? Il focus introdotto dalla nostra relatrice, Rita Matano, non è rivolto all’aspetto salutistico del genere femminile, che pure ne risente, quanto a quello sociale e partecipativo. Nei gremi dei decisori preposti a produrre le leggi per la salvaguardia dell’ambiente e a contenere i rapidi ed incessanti cambiamenti climatici verificatisi in questi ultimi 20 anni il gap di genere è ancora più accentuato che in altri processi decisionali. Il gender mainstreaming, adottato a livello europeo e mondiale, si riferisce ad un approccio che valorizza la diversità tra uomini e donne nei processi decisionali. Le donne costituiscono quella fetta di umanità che si fa carico dell’aspetto della cura in generale, riferita anche all’ambiente e le porta a spendersi per salvaguardarlo. Proprio per agganciarsi al tema della nostra annata “Dal fare all’agire delle Donne”, risulta interessante l’azione compiuta da 2.500 donne svizzere dell’associazione “Anziane per il clima”, che hanno denunciato le autorità nazionali per non aver messo in campo sufficienti azioni per mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici nel loro paese: per la prima volta la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto un’autorità statale colpevole di inazione contro il cambiamento climatico. Eco-ansia è un termine entrato ormai nel nostro linguaggio per indicare lo stato ansiogeno nato dal senso di impotenza difronte agli eventi climatici e paura cronica del disastro ambientale, che colpisce sia le persone operanti nel ripristino delle zone colpite da eventi estremi ma soprattutto le persone che vivono in esse. Sentimento cui ha dato voce e forza mediatica Greta Thunberg. Solastalgia invece definisce la sofferenza legata al senso di perdita del proprio ambiente, dei luoghi a noi cari, maltrattati e distrutti dagli eventi più o meno estremi.
